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LE LESIONI DA CAUSA CHIMICA: L’AVVELENAMENTO



Definizione
Fattori capaci di modificare l'azione dei veleni
Le cause degli avvelenamenti
Gli elementi che inducono al sospetto di avvelenamento
L'avvelenamento da ossido di carbonio

Concetto e definizione di veleno

Va premesso che la lesività da causa chimica a noi interessa unicamente da un punto di vista medico-legale, e, quindi, soltanto sotto la specie dell’avvelenamento, e cioè della malattia, o della morte, provocata da veleno.


L’esigenza di definire il concetto di veleno scaturisce direttamente dalla legge, la quale prevede come ipotesi di delitto, o come circostanza aggravante, l’uso di veleni. Basti pensare alla fattispecie dell’«avvelenamento di acque o di sostanze alimentari», di cui all’art. 439 C.P. (che sanziona con la pena della reclusone non inferiore a quindici anni la condotta di chi avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione), o alle previsioni degli artt. 576 e 577 C.P., che definiscono come circostanza aggravante dell’omicidio l’impiego di «mezzo venefico» o di «altro mezzo insidioso» (è interessante osservare come lo stesso legislatore associ al concetto di veleno, oltre, evidentemente, all’elemento del danno alla salute che ad esso è connaturato, quello dell’insidiosità, quale attitudine a ledere con modalità tali da sospendere le altrui difese).


La definizione di veleno che viene maggiormente condivisa dalla trattatistica medico-legale è quella che lo qualifica come la sostanza organica o inorganica, vegetale o animale, organizzata o non organizzata, estrattiva o sintetica, solubile o atta a divenire tale, che, quando penetri per una qualsiasi via nell’organismo anche in dosi relativamente piccole, sia tuttavia capace di produrre un danno alla persona – avvelenamento o intossicazione – di varia durata ed entità, agendo direttamente sui tessuti con azione chimica, biochimica o fisiochimica, che, allo stato delle conoscenze, ancora sfugge ad una più puntuale precisazione.

 

Può quindi dirsi:


a) che il veleno debba necessariamente consistere in una sostanza solubile, o atta a divenire tale per la trasformazione subita dopo la sua penetrazione nell’organismo, per potere spiegare la sua azione (chimica, ecc.); ciò consente di diversificare la sua lesività da quella di altre sostanze estranee che pure penetrano nell’organismo, ma per via meccanica (come un proiettile esploso da un’arma da fuoco, o una lama, ecc.);


b) che il veleno debba spiegare le sue proprietà dannose in piccola dose: è l’esiguità della dose (idonea a ledere) che lo caratterizza e contraddistingue da ogni altra sostanza, non esclusi i cibi quotidiani, che pure possono risultare causa di disturbi gravi quando ingeriti in quantità eccessive. Detta esiguità va evidentemente intesa non in modo assoluto ma relativo, in rapporto alle proprietà tossiche delle singole sostanze ad azione venefica.


Fattori capaci di modificare l’azione dei veleni


Esistono numerosi fattori, inerenti al veleno o all’individuo su cui agisce, in grado di modificare, anche in misura rilevante, l’azione del veleno stesso.


Così l’azione del veleno muta, anche radicalmente, in senso quantitativo e qualitativo, a seconda della dose, della via di somministrazione, dello stato o della solubilità: ad esempio, basti pensare che anche il veleno più micidiale, la digitossina, possa trasformarsi, solo che la dose sia convenientemente ridotta e saggiamente somministrata, nel più benefico dei rimedi, come avviene per la morfina o per l’arsenico; o, quanto all’importanza della via di somministrazione, che il curaro se somministrato per bocca non dà luogo a disturbi, mentre se immesso direttamente nella circolazione per via intramuscolare ovvero endovenosa, riesce rapidamente mortale per paralisi, tra gli altri, dei muscoli respiratori.


Relativamente alla razza o alla specie, è ad esempio noto: che talune specie di animali sono per natura immuni nei confronti di alcuni veleni – ad esempio il riccio nei confronti del veleno delle vipere ed il pappagallo nei confronti della cicuta –; che nelle razze di colore gli oppiacei, e la morfina in particolare, hanno un’azione eccitante e non sedativa; che i bambini, ed in particolare i neonati, sono particolarmente sensibili, e ben più degli adulti, all’azione dell’oppio e dei suoi derivati; che la donna è più sensibile all’azione dei veleni e dei farmaci in genere; che, infine, è ben possibile abituarsi ai veleni grazie ad una progressiva assuefazione (il cd. mitridatismo).



Le cause degli avvelenamenti

Oggi possono essere causa di avvelenamenti alcuni alimenti, per contaminazione, per adulterazione (ad es. alcool metilico in luogo dell’etilico usato nella preparazione di liquori di scadente qualità; fucsina ed acido solforico aggiunto al vino per renderne più intenso il colore), per inquinamento, per deterioramento, per tossicità propria dei prodotti (funghi, mitili, pesci).


Possono essere origine di avvelenamenti anche mortali anche le mura domestiche in quanto colorate o rivestite di tappezzerie colorate con composti di arsenico; i recipienti in piombo o in rame per alimenti, i cosmetici, le tinture per capelli, i dentifrici, ecc.


Sono oggi più frequenti gli avvelenamenti «colposi», frutto principalmente di negligenza, imprudenza o imperizia, come quelli conseguenti ad errore terapeutico dei medici, farmacisti, infermieri, o anche di familiari disattenti.


Assai frequenti, infine, particolarmente nel sesso femminile, gli avvelenamenti a fine di suicidio, in particolare avvelenamento da ossido di carbonio o barbiturici.



Gli elementi che inducono al sospetto di avvelenamento


Gli elementi che possono, o devono, indurre la polizia giudiziaria al sospetto di un avvelenamento sono di natura estrinseca o intrinseca.


Fra i primi, che sono quelli esteriori al soggetto «avvelenato», vanno segnalati:


- l’odore di gas che impregna il luogo in cui si rinviene il cadavere, o comunque il corpo del soggetto stesso, ormai privo di sensi;


- il ritrovamento nel luogo ove giace il cadavere dei resti i un qualche veleno, del recipiente in cui il veleno era contenuto, di scritti del soggetto in cui questi dichiara l’intenzione di uccidersi mediante l’assunzione di un veleno.


Tra i secondi, che riguardano direttamente il soggetto:


- una sintomatologia morbosa che insorge in maniera brusca ed inspiegabile, caratterizzata da bruciore o dolore orale, faringeo e gastrico, a vomito e diarrea da convulsioni e deliri, allucinazioni e sopore, a sintomi di collasso cardiocircolatorio;


- una morte improvvisa;


- la presenza della manifesta traccia del passaggio di una sostanza caustica sulle labbra o sulla mucosa oro-faringea sotto forma di escare;


- la presenza di colorazioni cutanee inconsuete: colore rosso vivo negli avvelenamenti da ossido di carbonio; colore paonazzo livido più o meno accentuato negli avvelenamenti da oppiacei.

 

Possono altresì indurre al sospetto di un avvelenamento l’odore dell’alito e delle materie vomitate (odore di ammoniaca, alcool, acido fenico, ecc.), e lo stesso colore del materiale vomitato (bruno caffè a seguito di ingestione di caustici, giallo per ingestione di acido picrico e sali di cromo, azzurro a seguito di ingestione di iodio, ecc.) nonché il colore del sangue – ad esempio rosso rubino nell’avvelenamento da ossido di carbonio – e dell’urina (rosso vinoso negli avvelenamenti da taluni ipnotici, giallo arancio negli avvelenamenti da acido picrico, verde cupo dopo prolungata esposizione all’aria negli avvelenamenti da acido fenico).

 

L’avvelenamento da ossido di carbonio


Tra gli avvelenamenti, hanno grande importanza dal punto di vista medico-legale – per la frequenza, per le circostanze in cui si verificano, per la gravità delle conseguenze – gli avvelenamenti da ossido di carbonio.


Com’è noto l’ossido di carbonio è un gas inodore, incolore, dal peso specifico all’incirca pari a quello dell’aria, che brucia all’aria con fiamma azzurrognola o bluastra trasformandosi in anidride carbonica.


La fonte ordinaria dell’ossido di carbonio negli ambienti domestici è costituita da tutti i processi di combustione di materiale contenente carbonio (legno, carbone, idrocarburi e, in genere, tutte le sostanze organiche); si può avere inoltre produzione di ossido di carbonio nelle esplosioni. Infine, l’ossido di carbonio è contenuto nel cd. gas illuminante, in passato universalmente usato per l’illuminazione ed il riscaldamento domestico, ed oggi progressivamente sostituito dal metano ed in genere da gas idrocarburici.


Generalmente gli avvelenamenti da ossido di carbonio sono accidentali; assai frequenti sono però, i suicidi (spesso la cronaca ci ha riportato diversi casi di giovani suicidatisi mediante avvelenamento con ossido di carbonio, procurato dagli scarichi di gas dell’autovettura lasciata in moto in ambiente chiuso); non rarissimo l’omicidio-suicidio; eccezionali gli omicidi.


Il quadro dei sintomi di una intossicazione da ossido di carbonio può articolarsi in tre fasi:


1a fase, o dei sintomi primitivi, in cui compaiono cefalea, vertigini, ronzii, nausee, vomito, cui segue una debolezza motoria, specialmente degli arti inferiori;

2a fase, o del coma, con sintomi di incoscienza, immobilità, insensibilità, con possibilità di decesso;

3a fase, con sintomi cd. secondari, che possono essere psichici (stati confusionali, deliri, amnesie), nervosi (afasie e paralisi dei centri nervosi), sensoriali (come la sordità), cutanei (edemi, bolle, ecc.), renali (albuminuria).



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