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Investigazioni Civili e Penali




LE LESIONI DA ARMA DA FUOCO



Definizione e distinzioni - I caratteri delle lesioni: foro d’ingresso, foro d’uscita, tramite.
I quesiti medico-legali
La diagnosi differenziale tra suicidio, omicidio e fatto accidentale
La verifica dei residui dello sparo
Conclusioni

 

Definizione e distinzioni


Per lesione da arma da fuoco s’intende quella prodotta dal proiettile espulso dall’arma, in virtù della sua forza viva.


I caratteri delle lesioni: foro d’ingresso, foro d’uscita, tramite :


A) Il foro d’ingresso presenta solitamente un diametro minore di quello del proiettile che lo ha prodotto (e ciò a causa dell’elasticità della cute), ha per lo più forma rotonda, margini più o meno finemente frastagliati e lievemente introflessi e circondati da un orletto ecchimotico ed escoriativo, che in qualche caso, tuttavia, può mancare. La forma del foro è rotonda quando tale sia la sezione del proiettile e questo investa la cute perpendicolarmente. Proiettili di forma irregolare producono fori altrettanto irregolari. Se il proiettile (a sezione rotonda) è penetrato nella cute obliquamente, il foro è di forma ovale, e l’orletto escoriativo si presenta, di conseguenza, eccentrico (cfr. figura n. 5).




Figura n.5 - penetrazione perpendicolare ed obligua del proiettile e formazione dei relativi orletti








Foto n. 10 - foro di entrata di proiettile con orletto ecchimotico escoriativo



Nei colpi sparati da vicino, all’intorno del foro d’ingresso possono osservarsi tracce più meno evidenti di ustioni, di tatuaggio e di affumicatura (cfr. figura n. 6); quest’ultima, in particolare, è causata dal depositarsi sulla cute dei prodotti di combustione dell’esplosivo.





figura n.6 - foto di ingresso e suoi aloni. 1: alone escoriativo, 2: alone ecchimotico, 3: alone di tatuaggio, 4:alone affiumicatura.




B) Il foro d’uscita del proiettile è di solito più grande ed ha margini più sfrangiati di quello d’entrata; ha forma variabile (rotondeggiante, stellare, a fessura, ecc.)e spesso presenta una colorazione ecchimotica intorno.Talora i margini del foro d’uscita sono evidentemente estroflessi ed in alcuni casi esso può presentare un orletto escoriativo.


C) Il tramite delle ferite da proiettile è una sorta di canale che rappresenta la traiettoria del proiettile stesso all’interno del corpo, e termina con un fondo cieco o con un foro d’uscita. Quando si tratta di colpo a proiettile unico, il tramite è unico; quando la carica è a proiettili multipli, esso è multiplo. Il tramite, naturalmente, può anche presentare deviazioni rispetto al prevedibile percorso, per urto contro tessuti resistenti o parti ossee.

 


I quesiti medico-legali


Le questioni più importanti che si pongono nei casi di ferimento da arma da fuoco riguardano:

a) l’identificazione dell’arma usata;

b) il numero dei colpi esplosi, e, in caso di più colpi, se siano provenienti da un’unica arma;

c) la distanza di sparo;

d) la direzione del colpo;

e) la posizione reciproca del feritore e della vittima;

f) la diagnosi differenziale tra omicidio, suicido e fatto accidentale.



Per l’identificazione dell’arma riesce molto utile l’esame dei proiettili eventualmente rinvenuti nel cadavere o sul luogo del ferimento. Particolarmente dimostrative possono essere cetre caratteristiche delle tracce impresse sul proiettile dalla rigatura della canna. Il riscontro viene eseguito mediante la comparazione di immagini fotografiche ingrandite e questo tipo d’indagine può essere effettuato sia sui proiettili sia sui bossoli.



La direzione dei colpi si deduce dalla forma rotonda, oppure ovale, del foro d’ingresso, e dalla disposizione attorno a questo dell’orletto ecchimotico-escoriativo e degli aloni di affumicatura e di tatuaggio. Elemento fondamentale di valutazione è, però, il tramite, ossia la traiettoria del tiro all’interno del corpo (definita anche traiettoria anatomica), per il quale occorre naturalmente individuare il foro d’entrata e, se vi è, il foro di uscita del proiettile.



La posizione reciproca dello sparatore e della vittima la si ricostruisce innanzitutto in base all’accertamento della direzione dei colpi, sicché elemento primario di valutazione è il tragitto della ferita, ossia il tramite. Va però sottolineato che non sempre traiettoria «anatomica» e traiettoria balistica coincidono, perché la vittima al momento dello sparo può aver assunto i più diversi atteggiamenti (in piedi, seduta, chinata, di fronte o di profilo, ferma o in movimento), che di solito non sono conosciuti a meno che il fatto abbia avuto testimoni.



Per tale ragione riesce sempre difficile stabilire la posizione del ferito e del feritore (se la vittima è stata colpita di fronte, a tergo, di fianco, da posizione elevata o meno), ed occorre allora rivelare esattamente taluni elementi anatomici, ed in particolare la statura dell’individuo colpito, la sede delle ferite, la loro distanza dal piano terra, dalla linea mediana del corpo e dalle cd. tuberosità ischiatiche, nonché il diametro delle regioni corporee attraversate dal colpo. Queste misure consentono di ricostruire la direzione del tramite rispetto ai vari piani dello spazio, e vanno poi comparate con le caratteristiche dell’ambiente dove avvenne il fatto.L’elemento che facilita la ricostruzione delle posizioni in questione è senza dubbio quello della presenza di tracce dello sparo nell’ambiente, da valutarsi insieme alle indicazioni provenienti dal tramite (cfr. figura n. 7).








In particolare: la diagnosi differenziale tra suicidio, omicidio e fatto accidentale

Per il vero, la problematica più delicata e frequente è quella relativa alla distinzione tra le ipotesi di suicidio da quelle dell’omicidio, e ad esse la dottrina medico-legale dedica la maggiore attenzione.



Quanto alle disgrazie accidentali, basterà perciò ricordare che in esse il ferimento avviene, quasi sempre, per colpo unico, e che può risultarne colpita indifferentemente ogni parte del corpo, da qualunque direzione e da qualsiasi distanza.



La medicina legale affida la diagnosi differenziale tra suicidio e omicidio essenzialmente alle risultanze del sopralluogo ed ai reperti accertati sulla vittima.



Essa enuncia, altresì, dei criteri di differenziazione, avvertendo che sono non già dei criteri risolutivi, ossia di certezza, bensì di criteri di presunzione; sottolinea però, anche che alcuni di essi hanno un valore probatorio elevato e che comunque detti criteri acquistano maggior valore quando vengono a sommarsi tra loro, ossia quando armonicamente connessi risultano concordanti nelle conclusioni cui portano, siamo esse corrispondenti all’una o all’altra delle ipotesi che si pongono.



Tra i criteri in esame non merita molta attenzione il criterio cd. statistico, da cui si trae soltanto che, statisticamente, il suicidio per arma da fuoco è più frequente negli uomini che nelle donne: esso ci fornisce un mero dato numerico ma scarsamente orientativo nella soluzione dei casi che si presentano. Esaminiamo gli altri:



1) la presenza dell’arma nella mano o vicino alla vittima, che farebbe pensare al suicidio, anche se non si tratta di un dato univoco: già i trattatisti medico-legali classici avvertivano, infatti, che nello stesso omicidio l’arma può venire abbandonata nei pressi della vittima o sistemata addirittura nella sua mano per simulare un suicidio (come del resto si è visto per le armi bianche);



2) la sede della zona attinta, che, si afferma, depone per il suicidio allorché essa corrisponda – come generalmente accade appunto nei suicidi - alla sede di organi importanti per la vita, che in ordine di frequenza vengono indicati: nella tempia, nella regione cardiaca, nella bocca, nel mento e, sia pure più raramente, nella fronte.



 Avverte, però, nel contempo la letteratura medico-legale che anche l’omicida, di norma, cerca di colpire la vittima in regioni vitali e finisce per piazzare il proiettile dove può, per cui il riscontrare ferite in sede di predilezione del suicida non contrasta affatto con la tesi dell’omicidio. Tant’è vero che si sono osservati casi di omicidio in cui erano state attinte sedi elettive dei colpi suicidari (trattavasi di situazioni in cui il colpo era stato esploso in circostanze particolari, ossia di sorpresa, proditoriamente, con il consenso della vittima o previa minaccia o violenza);



3) altro criterio è quello che fa riferimento alla distanza da cui il colpo venne esploso: di solito tale distanza è minima per il suicida, il quale tende, anzi, ad appoggiare l’arma alla cute. Ma anche tale criterio, si rileva, ha valore relativo, perché non sono rari i casi di omicidio per colpi sparati a bruciapelo, o a contatto, o addirittura nelle cavità naturali della vittima (bocca o orecchio, in particolare), trattenuta con violenza o colpita durante il sonno o di sorpresa.



4) Come già si è avuto modo di esporre, il denudamento della zona colpita depone per il suicidio;



5) la molteplicità dei colpi, che farebbe propendere per un caso di omicidio, non contrasta con l’ipotesi del suicidio, specie se i colpi sono sparati da vicino, e tutti nella stessa sede e con direzioni tra loro parallele (anche se sono stati descritti tipici casi di suicidio con colpi multipli in sedi varie). In caso di omicidio, in genere, i colpi sono disseminati sulla superficie del corpo, e sono frequenti le ferite da striscio e da difesa;



6) un altro criterio utilizzato nella diagnosi differenziale tra suicidio ed omicidio è costituito dalla direzione dei tramiti dei colpi esplosi: si afferma trattarsi di un elemento prezioso di valutazione.



«Nei suicidi, – ha scritto il Romanese, uno degli autori che più ha studiato le lesività da arma da fuoco – in rapporto anche alla sede attinta ed alla vicinanza, la direzione del tramite corrisponde ad un atteggiamento più facile, più comodo, pressoché automatico del colpito».



Così, anche in caso di colpo alla zona temporale, il tramite ha di solito direzione leggermente dal basso verso l’alto e dall’avanti all’indietro; in caso di attingimento della regione cardiaca, la direzione è dall’avanti all’indietro, molto leggermente dal basso verso l’alto, e da destra a sinistra se l’individuo è destro, o viceversa, se è mancino. Aggiunge il Romanese che «il riscontrare direzioni notevolmente diverse da quelle appena indicate, e, in caso di colpi multipli, non parallele, deve far nascere il sospetto di omicidio».



Trattasi, per come si vede, di un criterio certo indicativo di quei gesti che possono qualificarsi realmente suicidari.
Ai criteri sinora esposti la medicina legale attribuisce solo un valore relativo, di orientamento, ossia meramente indiziario, data la loro equivocità di significato.



Ad altri criteri, invece, essa assegna una significazione probatoria più elevata, e li considera segni la cui ricorrenza induce a porre con alto grado di fondatezza l’ipotesi del suicidio. Tra essi:

 


a) il cd. segno di Felc, ossia quella piccola lesione lineare in corrispondenza del solco interdigitale tra il pollice e l’indice, che può formarsi per il pizzicamento della cute tra il carrello ed il corpo dell’arma automatica (quando l’arma venga impugnata troppo alta, con l’indice che serve da guida alla canna ed il medio che preme il grilletto), il quale sta a dimostrare in modo incontrovertibile che il soggetto deceduto impugnava la pistola (analogo effetto può aversi quando una mano troppo grossa si serve di una pistola troppo piccola;



b) la presenza di un’affumicatura sul dorso della mano, e più precisamente sull’indice, medio o polpastrello del pollice. Se «il segno di Felc» è tipico della pistola automatica, l’affumicatura la si ritrova specialmente quando vengono usate rivoltelle a tamburo, nelle quali il fumo può uscire facilmente dal tamburo per difetto di connessione tra il tamburo stesso e l’estremità posteriore, che non è mai a perfetta tenuta di gas; sicché il fumo si deposita sulla superficie della mano che impugna l’arma. Raramente tale affumicatura la si ritrova in caso di uso di arma automatica.



È questo un reperto che la trattatistica medico-legale considerava indispensabile in caso di suicidio allorché le armi erano caricate a polvere nera; nei tempi attuali lo si ritiene abbastanza frequente, ed esso può risultare all’ispezione della mano anche se la pistola è in ottimo stato e la carica è ormai a polveri infumi e non a polvere nera;



c) un altro elemento particolarmente probatorio del suicidio è rappresentato dalla presenza di tracce di sangue, sotto forma di piccolissimi schizzi o spruzzi (detti perciò «micro-spruzzi») sul dorso della mano che ha esploso il colpo suicida, reperto che si riscontra con frequenza e facilità, e più frequentemente quando il proiettile ha colpito il cranio da brevissima distanza, lenendo vene o arterie: il sangue schizza all’indietro e si deposita, a spruzzo, sul dorso della mano;



d) ultimo elemento, di elevato rilievo, è quello che scaturisce dal riscontro della presenza di tracce di polvere incombusta sulle dita della mano del presunto suicida. Di esso appare opportuno trattare separatamente qui di seguito.



La verifica dei residui dello sparo


La presenza dei residui dello sparo costituisce un reperto non solo «frequentemente presente», come l’affumicatura, o «assai spesso presente», specie nei colpi esplosi a contatto, come i cd. micro-spruzzi di sangue, ma «necessariamente presente» sulla mano di chi ha sparato.
Ossia, l’esplosione di un colpo di pistola produce inevitabilmente nebulizzazione di polvere incombusta che, sotto forma di bario, antimonio e piombo, si deposita sulle dita della mano che spara (in particolare sulle prime tre dita), di tal che, se all’opportuno accertamento tecnico sulla mano della vittima non risulti la presenza di tali tracce, deve desumersene necessariamente che la mano verificata non ha sparato, con la conseguenza che non si tratterà di suicidio ma di omicidio (cfr. figura n. 8).



 

figura n. 8 - il deposito della polvere incombusta sulla mano che ha sparato

 



Dalla fondamentale importanza di un tale elemento di valutazione scaturisce, per la polizia giudiziaria, la necessità di procedere con maggiore frequenza possibile, anche nei casi apparentemente conclamati di suicidio (perché, ad esempio, si sia ritrovato uno scritto ad apparentemente grafia del soggetto in cui questi esprima la volontà di togliersi la vita), all’accertamento dell’esistenza di residui dello sparo nelle mani della vittima, e di procedere allo steso modo nei confronti dei soggetti che per le circostanze del fatto appaiono ipoteticamente ma concretamente sospettabili.



In molti casi, una certa superficialità o supponenza nell’esecuzione delle prime indagini in ipotesi di decesso, ossia, in ultima analisi, una scarsa professionalità, ha fatto ritenere il quadro del fatto chiaro sin dalle prime battute, magari con l’avallo di un medico legale di poca esperienza.



Così, casi di apparente suicidio, in cui si era anteposta proprio la prova decisiva del prelievo di residui dello sparo sulle mani del deceduto, si sono poi, ad un’analisi più attenta, purtroppo successiva, trasformati in casi di sospetto o fortemente sospetto omicidio, e ciò, però, quando ormai il quadro probatorio era del tutto o quasi compromesso (la situazione dei luoghi era stata modificata, il cadavere sepolto ed ormai in preda a fenomeni putrefattivi, ecc.), con il conseguente svigorimento del valore probante degli accertamenti «ex post» eseguibili.



Un immediato, o comunque tempestivo, rilevamento sulle mani della vittima, e su quelle persone, fondatamente sospettabili, avrebbe invece consentito di far luce in modo definitivo sulla verità dei fatti, evitando anche l’avvio di processi penali estremamente difficili e di esito incerto, che nascono – proprio a causa della manchevolezza delle prime, e perciò fondamentali, indagini – già claudicanti in modo irreparabile, nonostante la maestria e l’impegno successivi degli inquirenti.



Quanto al metodo di prelievo dei residui dello sparo sulle mani della vittima o dell’indiziato, il sistema tradizionale è rappresentato, come è noto, dal cd. «guanto di paraffina» (tecnica in verità molto discussa nell’ambito della scienza forense, ma ritenuta ancora pienamente valida e condotta con i dovuti accorgimenti ed utilizzando le tecniche analitiche più moderne), la cui esecuzione avviene spennellando o lasciando gocciolare paraffina purissima, fusa alla temperatura di cinquanta gradi centigradi circa, nelle zone appropriate (superficie dorsale e laterale dell’indice e del pollice e piega interdigitale delle due dita). Durante il raffreddamento, la paraffina trae con sé i residui dello sparo eventualmente presente sui tegumenti.



Tra le tecniche analitiche più moderne per la ricerca dei residui dello sparo sul guanto di paraffina vi sono quelle della spettrofotometria per assorbimento atomico e dell’analisi per attivazione neutronica, che consentono di ricercare i metalli di provenienza del proiettile (antimonio, piombo e bario); ma trattasi di tecniche che possono essere inficiate da errori anche gravi, qualora non siano state adottate opportune precauzioni nel prelievo e nella conservazione dei campioni contro contaminazioni provenienti dall’ambiente esterno.



In tempi recenti, per potere dare risposte analitiche dotate di un maggiore grado di certezza, è stata messa a punto una nuova metodologia, chiamata «SEM-EDX». Essa prevede anzitutto una fase di prelievo, eseguito mediante uno speciale tampone adesivo, che viene premuto sulle zone delle mani ove con maggiore probabilità si depositano i residui in questione. Tale tecnica di prelievo ha rispetto al guanto di paraffina un duplice vantaggio: può essere praticata anche su superfici diverse dalle mani, ed è a rischio nullo per quanto riguarda l’inquinamento.
Prevede poi una fase di analisi. Quest’ultima comprende due ricerche: una fisica, con l’osservazione al microscopio elettronico a scansione (SEM) ed una chimica, con microsonda a raggi X (EDX).



La prima fase tende ad evidenziare particelle che presentino la forma, generalmente sferoidale, propria dei residui dello sparo.



Una volta determinato l’aspetto fisico, occorre, per una garanzia di certezza di risultato, una verifica ulteriore (seconda fase), consistente in una conferma per via chimica, che si ottiene attraverso un sistema di microanalisi a raggi X a dispersione di energia, il quale consente di stabilire la composizione delle particelle in maniera certa: se gli elementi riscontrati in ogni singola particella sono il piombo, l’antimonio ed il bario, ci si trova certamente di fronte ad un residuo di sparo.



In relazione a tale tecnica (SEM-EDX) viene sottolineato essere di determinante importanza, ai fini di un risultato probante, che la fase di prelievo avvenga nella maniera più tempestiva possibile, in quanto anche un piccolo ritardo può dare adito ad azioni tali che i residui dello sparo vengano completamente perduti dalle superfici che pur prima ne contenevano.



I casi positivi osservati, al di fuori dei suicidi, hanno infatti evidenziato che la ricerca è facilitata quando il prelievo è stato effettuato mediamente sulle prime tre-quattro ore, oppure quando il prelievo è fatto su superfici diverse dalle mani.



Va da ultimo osservato che la tecnica in esame rispetto a quella del guanto di paraffina presenta l’ulteriore vantaggio, data la non distruttività del reperto in sede di analisi, della ripetibilità della verifica senza alcuna limitazione.

 


Conclusioni


L’attenzione che la medicina legale dedica ai criteri di differenziazione appena esposti non deve far dimenticare che la medesima riconosce alle altre emergenze del sopralluogo, ed agli altri dati dell’ispezione corporale del cadavere, fondamentale importanza alla ricostruzione del fatto.Ci limitiamo qui a proporre una rassegna degli elementi a riguardo più significativi che la polizia giudiziaria deve prendere in considerazione, rilevando che su di essi si tornerà in sede di trattazione del sopralluogo:



1) il riscontro di condizioni di disordine nell’ambiente ove il cadavere è stato rinvenuto;

2) la verifica, in particolare, di tracce di colluttazione;

3) l’accertamento dell’essere o meno la porta del locale chiusa dall’interno;

4) il reperimento di scritti provenienti dal soggetto, di preannuncio o di spiegazione del gesto suicidario, o di altri significativi documenti;

5) l’apertura o la sbottonatura dei vestiti del deceduto, ovvero lo strappo dei medesimi;

6) l’esistenza di ferite da difesa sulle mani del deceduto o di altri segni di lesione sul suo corpo;

7) l’esistenza di segni di trascinamento sul cadavere;

8) il riscontro di gocciolature di sangue disposte in modo da risultare incompatibili con la diagnosi suicidarla.



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